E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE
E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE
Una ventina di opere recenti di un artista che ha saputo coniugare pittura e letteratura, ragionando sempre sul doppio registro del colore e della parola. Parola spesso intesa come evocazione di una scrittura dell’anima, di un messaggio inconscio, di una calligrafia arcaica, tracciata nella polvere della materia e depositata sulla tela. Materia che, come suggerisce il titolo della mostra, è cenere, è il risultato di una combustione lenta, di un processo di erosione, cancellazione e trasformazione di una sostanza in un’altra. Pensando al testo «Feu la cendre» del filosofo francese Jacques Derrida (tradotto, nell’edizione italiana, come Ciò che resta del fuoco), Jean-Marie Barotte utilizza la scrittura poetica e filosofica come detonatore pittorico affidando all’immagine la trascrizione di ciò che è stato “dato al fuoco”, resti di una memoria, dove frammenti di parole, di nomi, di lettere affiorano come reperti, indizi o ferite. In composizioni piccole come breviari o più ampie, spaziali come alcune installazioni ideate in funzione della mostra milanese, Barotte sposa anche la sua doppia origine, in bilico fra Italia e Francia, terre e culture ugualmente presenti nella sua formazione, mai disgiunte in trent’anni di ricerca inesausta. Che sia per il nerofumo delle candele o per il fondo opalescente della cenere delle notti e dei giorni, effimeri e scarni resti di una qualche combustione che lentamente ha consumato il senso delle cose prima ancora della loro densità di materia, il lavoro oggettuale di Jean Marie Barotte è profondamente infitto in qualcosa che somiglia a un’estasi d’impietosa introspezione, alla radice stessa del sentimento d’esistere. Le sue immagini muovono da un territorio della coscienza espressiva che si direbbe prepittorico, o addirittura prelinguistico. I materiali visivi che le compongono e le inquietano rimandano difatti a un impulso profondo, a una sorta d’inconscio che sgorga dalle leggi primordiali del sangue e dell’istinto. Al punto che, quando le si incontra le prime volte, che sianotratte dal ciclo dedicato alla poetica della La Noche oscura di Juan de la Cruz o da quello de Le voyage de l’âme o delle Méditations érotiques, vien fatto di pensare inevitabilmente a una versione più minimale, più cupa e assorta, della grande lezione dell’espressionismo astratto americano. Dando loro, però, il tempo di penetrarci, non è difficile accorgersi che questi suoi lavori concedono ben poco alle suggestioni del visivo e del materico, come invece accadeva per quella scuola. Sono anzi, ben al contrario, “poveri” di pittoricismi e sensibilismi, percorsi piuttosto da una essenzialità scabra, da una asciutta perentorietà che diviene tanto più sensibile quanto più rigorosa e scarna. Come un oscilloscopio dell’anima, come lo scarno tracciato di uno straordinario, fulminante sismografo emotivo. (da una presentazione di Giorgio Seveso

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